01. I bambini - Zona Pastorale Borgo Panigale e Lungo Reno | Arcidiocesi di Bologna

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01. I bambini

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Mt 18, 3 “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”

Mc 10, 14 e Lc 18, 16 “Allora Gesù li fece venire avanti e disse: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio”

A volte la verità non è quella che appare immediatamente a prima vista.
Se guardiamo il cielo notturno siamo spontaneamente portati a considerare che esso mostri la realtà che ci circonda nel vasto universo attorno a noi.
Bisogna forzarci a riflettere per capire che ciò non è vero. Molte stelle, la cui luce ci sta raggiungendo ora, si sono già spente da millenni, e molte altre che pur esistono e brillano, sono così lontane che la loro luce non ci è ancora arrivata e forse mai ci giungerà. Non si vedono ma ci sono!
Oppure, se state leggendo queste righe penso siate seduti ad un tavolo o in poltrona, dunque siete “fermi”; sembra così, eppure non è vero, voi e io stiamo viaggiando nello spazio ad una velocità tale che una palla di cannone al confronto è molto, ma molto, meno rapida di una lumaca terrestre.  
È vero? Non c’è facile capire la verità! Bisogna riflettere su quel che appare intuitivamente “vero”.
Il vangelo è sì necessario capirlo, ma molto spesso parla per immagini e lo fa a partire dal suo contesto culturale che è molto diverso dal nostro, allora non ci può bastare “leggere le parole”.
Se per ipotesi io dicessi ad un ebreo del tempo di Gesù: “Sai oggi ho incontrato un amico ed era proprio: in mezzo ad una strada”, oppure: “ Mi son dato molto da fare ma, non ho cavato un ragno dal buco”, questi capirebbe davvero il significato delle mie parole? Lo stesso può accadere a noi se colleghiamo spontaneamente e pacificamente i nostri significati attuali a espressioni che venivano usate anche allora, ma con un senso ben diverso.

Cosa colleghiamo noi all’idea di farsi come i bambini? Innocenza, sincerità, purezza, obbedienza, fiducia, piccolezza, umiltà, argento vivo?
Ai tempi di Gesù i bambini erano considerati senza valore umano, come un nulla! L’impotenza più assoluta!
La società ebraica era prettamente maschilista. Già la donna sposata era in una condizione appena appena superiore ad una schiava, ma ciò soltanto perché manteneva un diritto legale sulla dote che aveva portato al marito.
I figli maschi, una volta svezzati attorno ai tre anni, divenivano man mano garzoni gratuiti del padre che aveva su di loro ogni diritto. Le figlie femmine erano semplicemente considerate una sciagura, e vivevano in famiglia come semplici serve in attesa d’essere maritate dal padre verso i dodici anni, che così ricavava finalmente un utile dalla loro esistenza e non doveva più mantenerle.
Una sentenza sapienziale del Talmud, cioè una di quelle riflessioni ufficiali tratte dall’insegnamento dei rabbini che venivano raccolte e tramandate per orientare il corretto agire del pio ebreo, è molto illuminante per noi, essa dice: “Lo stomaco del padre val più della vita del figlio”.
Per quanto possa sembraci assurda questa era la situazione dei bambini: le necessità primarie del padre erano ritenute più importanti della loro stessa vita.
Non scandalizziamoci troppo. Si parla molto di globalizzazione ma in alcuni contesti sociali attuali, ad esempio nell’islam radicale e in molte altre culture afro-asiatiche, i figli minori sono considerati una proprietà del padre e legati alla sua volontà indiscussa. Ancor oggi, in molte nazioni nordafricane da noi definite serenamente “democratiche”, vige l’egemonia del capotribù, solo la sua opinione conta e tutti gli altri o si adeguano o si allontanano da casa.
 
Come leggere allora le parole di Gesù, che indubbiamente conosce la situazione dei bambini del suo tempo e, se li cita come esempio, è ad essa che si riferisce? In che modo oggi lo Spirito parla a noi tramite questo esempio che appare così fuor di tempo e inapplicabile alla nostra realtà?
Diventare come dei bambini costituisce l’indispensabile condizione per entrare nel “regno di Dio”, cosa significa per noi?  
Ci occorre comprendere che se ci consideriamo per quel che realmente siamo, non siamo altro che nulla davanti a Dio, anzi meno di nulla perché noi siamo segnati dal peccato, dunque abbiamo un valore negativo a confronto dell’infinita perfezione di Dio che è l’assoluto positivo. Siamo meno di zero davanti a lui! Allora comprendiamo d’avere un bisogno assoluto di Lui!
Questa considerazione, che ci può apparire punitiva e oltraggiosa per la nostra dignità di esseri umani è invece salutare, perché è condizione d’accesso al Regno di Dio!
Più siamo consci del nostro vuoto, dell’essere nulla davanti a Dio, più comprendiamo il desiderio di Dio di colmarlo, altrimenti perché ci avrebbe chiamati all’esistenza? Perché mai ci “parlerebbe” se non avessimo un futuro diverso dal nulla e non fossimo consegnati per sempre a questa nullità esistenziale?
Ovvio allora, che Lui voglia colmare questo vuoto. Un vuoto che non si può mitigare ma solo colmare, perché la vita non è tale se è al 35%, e nemmeno al 99,999%.
Se il Regno di Dio è “pienezza di vita”, perché mai Gesù ce ne parlerebbe se non intendesse anche darcene la chiave d’ingresso? Gesù non vuol creare in noi delle illusioni!
Solo se partiamo da questa prospettiva possiamo capire la necessità della croce, altrimenti essa è solo un non senso, il massimo dell’illogico.
Più ci si sente “bambini” più si percepisce la distanza infinita da Dio, ma proprio percependo questa distanza capiamo, quasi come in un paradosso, la dimensione infinita dell’amore della Trinità.
Da quell’amore, che supera l’infinita differenza che ci separa, ci giunge la nostra dignità, siamo degni di ogni bene perché da Lui totalmente amati!
Il Regno è quell’Assoluto da cui ci giunge la Parola assoluta (vera al di sopra di tutto) che ci parla appunto di lui, attira la nostra attenzione verso di lui, ci fa intuire possibile quel che appare impossibile, che anche il nulla possa diventare partecipe dell’assoluto.
Emerge così la consapevolezza del dono immeritato e immeritabile, elargito per generosità divina: il nostro destino eterno e beato.
Questa è la fede, senza cui non si entra nel regno.
Quel regno che comincia la sua esistenza anche quaggiù all’interno dell’amore fraterno, del dono di sé.
In un’altra pagina di vangelo, Matteo in un brano che solo lui riporta, immediatamente prima di entrare nella narrazione della passione, morte e resurrezione di Gesù, ci ricorda il preannuncio del giudizio finale (Mt 25, 31-46) e ancora qui troviamo collegati i “piccoli” con il “regno”, ma con la variante significativa del differente esito che il rapporto con i “piccoli” fa ricadere sulla possibilità di entrare nel “regno promesso”               (Venite, benedetti dal Padre mio ... ogni volta che avete fatto queste cose ad un solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me ... e invece ... Via, lontano da me, maledetti ... ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli non l’avete fatto a me).
Essere “bambini” e saper bene d’aver attorno solo degli altri “piccoli” è occasione e palestra di carità, cioè di vita “vera”, da cominciare ad esercitare sin da ora e poi per tutta l’eternità.
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