04. La vedova di Nain - Zona Pastorale Borgo Panigale e Lungo Reno | Arcidiocesi di Bologna

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04. La vedova di Nain

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Lc. 7
11 In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla.
12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei.
13 Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!".
14 E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Giovinetto, dico a te, alzati!".
15 Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre.
16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo".
17 La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.
(Sta fra la guarigione del figlio del centurione e la “legazione” inviata da Giovanni Battista per chiedergli: “Chi sei?”)

Nain, il nome della città significa “carina”, “graziosa”.
Come sempre, ormai lo abbiamo capito, quando un personaggio anonimo entra in relazione con Gesù in una vicenda evangelica, il suo anonimato significa che rappresenta “i discepoli”, “tutti i discepoli di Gesù in ogni luogo e in ogni tempo”, la vedova di Nain è la rappresentante di ciascuno di noi che incontra Gesù mentre porta al cimitero il suo unico figlio, oggi.
Sembra una possibilità inverosimile, irreale, troppo specifica per essere un caso generale.
Liberiamo la mente dal sospetto d’essere in inganno e proviamo a guardare la scena.
Alla porta di una cittadina graziosa, s’incontrano come per caso due cortei diversi.
Gesù con i discepoli e una folla numerosa è diretto verso la città per entrarvi, mentre ne esce uno corteo mesto, un funerale di un giovane accompagnato dalla madre, che è una vedova ed aveva solo quel figlio, e con loro molti concittadini.
Vanno, in silenzio, verso il cimitero che è sempre fuori dalle mura cittadine, perché i defunti non potevano avere sepoltura in città.
Una vedova che perde l’unico figlio è una persona la cui vita non ha più significato, non ha un futuro felice, non ha una famiglia e se resta in quello stato non potrà mai più averla. La sua è una condizione di solitudine e d’infelicità irrimediabile.
Gesù non è solo, ha con sé i discepoli e una folla “grande”, ovvero molto numerosa.
Gesù, più gli apostoli, più una folla molto numerosa, chi è questo “gruppo”?
Chiamiamoli con un altro nome. Gesù Cristo, più il papa e i vescovi, più i fedeli: è la Chiesa!
Ma come, allora la Chiesa non c’era! Non si chiamava con quel nome, ma se si mettono insieme i partecipanti al corteo di Gesù e lo si guarda partendo da “ora”, perché è adesso che incontro questo brano di vangelo, non posso chiamare diversamente quel “gruppo” le sue caratteristiche sono “tipiche”.
Il vangelo non è un libro di racconti storici, è la Parola di Dio detta a me adesso!
Gesù, vedendo il funerale, senza che nessuno lo interpelli, senza che la vedova gli dica nulla, commuovendosi si avvicina a lei e la sollecita a: “Non piangere!”
Gesù e la vedova non si erano mai visti prima, ci vuole un bel coraggio a invitarla non piangere e ce ne vuole ancor di più a smettere di piangere nella condizione in cui lei si trova, donna senza speranza.
Poi Gesù si avvicina alla bara e la tocca, in barba a tutti precetti ebraici che lo proibivano: I portatori, forse sorpresi sia dall’invito rivolto alla madre vedova, sia dal gesto di Gesù, si fermano interdetti.
Gesù si rivolge subito al giovinetto defunto (anche lui senza un nome) e lo invita ad alzarsi. Così, subito, avviene, il giovinetto si alza, parla e viene restituito a sua madre.
Allora chi è la “vedova di Nain?”

È l’umanità, che abita in una città “graziosa”, è però senza più alcuna speranza futura se non incontra il Cristo (ed è la Chiesa che compie ciò), il solo che può per sua intima e personale decisione d’essere compassionevole sino all’estremo, donarle nuovamente una vita degna d’essere vissuta, una vita che supera la morte e che le permette d’entrare a vivere in un’altra città, non solo “carina”, ma splendente d’ogni bellezza, la Gerusalemme celeste!

Se la Chiesa svolge il suo compito, accade che tutti i presenti: furono presi subito da “timore”, che non è paura, ma rispetto, venerazione. Poi glorificano Dio e lo testimoniano, cioè “si convertono”.

Allora, la lettura del testo può essere riassunta così:
Gesù Cristo, il Salvatore dell’umanità, è in grado di ridarle speranza e futuro togliendola dal suo destino d’infelicità e di non senso, paragonabile a quello di una madre vedova che accompagna al cimitero la salma del suo figlio unico.
Perché questo accada occorre che la Chiesa lo testimoni con la stessa misericordia e compassione.
Il lettore odierno del vangelo di Luca può trovarsi o tra i suoi fedeli che seguono Gesù verso la città di Nain e apprendono da lui la misericordia e l’apostolato, o tra i cittadini di Nain che accompagnano il defunto e dalla non conoscenza di Gesù imparano a capire chi egli è veramente e si convertono.
Le due posizioni sono intercambiabili, perché ogni fedele è bisognoso comunque di conversione. Nessuno in questa vita è perfetto e nessuno è, mentre vive, certo di essere salvo, potrebbe darsi che il peccato lo faccia ridiventare cittadino di Nain anche quando già gli è stato promesso un posto con Gesù in cielo.
La scena che S. Luca ci ha tramandato, ci ricorda che c’è sempre possibile risorgere dalla insignificanza del mondo, sia materialmente che spiritualmente.
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