05. La porta stretta - Zona Pastorale Borgo Panigale e Lungo Reno | Arcidiocesi di Bologna

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05. La porta stretta

La zona pastorale > Ambito catechesi
Lc 13
22 Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme.
23 Un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". Rispose:
24 "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno.
25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete.
26 Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze.
27 Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità!
28 Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori.
29 Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
30 Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi".
 
 

Ancora una volta un personaggio anonimo entra in scena in un brano del vangelo.
 
Solleva una questione importante chiedendo a Gesù quante persone si salvano, intendendo con “salve” quello che noi intendiamo con “entrare in paradiso”.
 
La risposta di Gesù non è di quelle che lasciano molto tranquilli: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno d’entrarvi ma non ci riusciranno”.
 
Sembra che la porta del paradiso sia piuttosto selettiva e stretta, molti vi rimarranno fuori, non riusciranno ad entrare, anche quelli che ritengono d’averne un buon diritto: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”.
 

Ma le loro proteste ottengono un secco: “Non vi conosco!” A cui si aggiunge un monito inatteso: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Altri prenderanno il posto di coloro che credono, sbagliando, d’averne già il diritto.
 

Sembra di risentire il rifiuto posto dallo Sposo alle vergini stolte, amiche della Sposa, che per cercare in extremis l’olio delle lampade arrivano tardi e bussano alla porta ormai chiusa della casa degli sposi, e non potranno quindi partecipare al banchetto. (Mt 25, 1-13)
 
La domanda che quel tale pone potrebbe risentire del clima che era alimentato dalle correnti di pensiero ebraiche ai tempi di Gesù.
 
C’erano due opinioni opposte: la prima sosteneva che tutti gli appartenenti al popolo ebreo, in forza di questo solo aspetto, si sarebbero salvati; la seconda sosteneva il contrario, pochi tra gli ebrei si sarebbero salvati, solo quelli che osservavano tutta la Legge. Tutte e due queste correnti ritenevano con sicurezza che chi non fosse stato ebreo non si sarebbe mai salvato.
 
La risposta di Gesù è un terremoto per queste idee.
 

Però se si osserva bene Gesù non risponde in merito alla domanda su “quanti” si salvano, domanda che ancor oggi interroga i teologi e non trova una risposta certa; Gesù risponde dicendo che la salvezza non è un fatto scontato per nessuno, né per un semplice popolano ebreo, né per un fariseo della stretta osservanza.
 
Non conta nulla sapere se si salva il 99% o l’1%. La mia salvezza non dipende da una condizione generale (essere battezzati, essere fedeli al precetto domenicale, comunicarmi regolarmente) la mia salvezza dipende solo da me, dal mio comportamento. Se si salva il 99%, io potrei essere nel restante 1%.
 

Dio non concede dei privilegi o degli automatismi di gruppo ad es. si salvano solo i cristiani, ma vuole richiamare tutti ad un impegno personale.
 
Gesù mette in evidenza la necessità, l’urgenza, di una lotta interiore, di una lotta spirituale da condurre nel cammino verso il regno di Dio.
 
La porta è “stretta” non per essere un ostacolo, per impedire l’entrata, ma per indicare che solo chi sa lottare, solo chi desidera ardentemente giungere alla meta perché l’ha ben presente, potrà oltrepassarla.
 
Le parole di Gesù ci spingono a prendere atto di una necessità fondamentale, occorre prendersi cura della vita spirituale. Essa ha delle necessità che non vengono assolte dalla cura, anche se attenta e laboriosa, con cui noi ci impegniamo nella vita materiale, nell’agire concreto, fosse pure perfettamente condotto secondo la Legge.
 

Innanzi tutto nella vita spirituale occorre saper distinguere con attenzione tra l’assolvimento di due distinte necessità: l’attività religiosa (partecipare ai riti, frequentare ambienti cattolici, frequentare la catechesi ... ) e l’attività di fede, cioè la relazione personale con Gesù Cristo. In questi aspetti la forma non è mai sostanza.
 

Innanzi tutto non serve andare a messa, ascoltare il vangelo, cibarsi dell’eucarestia, se poi il bene e la giustizia non sono operanti nelle scelte quotidiane della nostra vita.
 
Però deve essere chiaro che il vivere cristianamente non è sufficiente se non si affina la nostra vita spirituale con una preghiera non fatta di formule ripetute ma di dialogo con Gesù e Maria; se non ci si dedica ad una conoscenza della sua parola che non sia superficiale o occasionale, ma sia invece il contatto con il Maestro della nostra esistenza; se non si dedica un po’ di tempo a crescere nella conoscenza della Chiesa, dei pastori e dei sacramenti, dei suoi santi, della sua sapienza materna e della sua capacità di Consiglio sostenuta dallo Spirito Santo. Se non si scopre che la s. messa e l’eucarestia non sono il rapporto con un rito e una cosa, l’ostia consacrata, ma con la persona di Gesù.
 
Insomma, non ci si salva obbedendo ad una legge, ma vivendo una storia d’amore.
 
La vita cristiana non si esaurisce nel non fare il male, ma nella necessità di fare il bene, prima di tutto a noi stessi affidandoci alle cure della Provvidenza, non unicamente nelle cose materiali, ma soprattutto nelle spirituali.
 
Se esistiamo per sua volontà e per uno scopo unico che ci distingue tra tutti, chiaro a Dio Trinità ma per noi da scoprire gradualmente, come non abituarci ad esaminare se stessi con serenità, confidando nell’aiuto di Dio misericordioso. Imparando ogni giorno che essere lontani dalla meta della nostra realizzazione personale non significa non poterla raggiungere.
 
La porta è stretta perché richiede un continuo sforzo di aprirla, una speranza.
 

Pensiamo delle porte strette che conosciamo bene.
 

Nelle mura cittadine accanto alla porta carraia, quella ampia che si apriva all’alba e si chiudeva al tramonto, c’era sempre una porta piccolina quella che veniva chiusa per ultima e alla quale montava di guardia qualcuno che, anche in piena notte, poteva accogliere chi arrivava e, se lo conosceva, introdurlo in citta anche quando le porte erano già sbarrate da tempo.
 
La porta d’ingresso dell’ovile è stretta ed è l’unica nel recinto. Il pastore conta ad una ad una le pecore che vi rientrano alla sera, e ad una ad una le riconosce, passa una alla volta perché niente si introduca nell’ovile che possa essere di danno.
 

Questi due piccoli esempi mostrano che chi si presenta alla porta stretta mostra una volontà di entrare, ma anche una necessità di entrare, c’è una notte che incombe e i rischi che le sono connessi valgono lo sforzo da fare, bussare, farsi riconoscere per chi si è, farsi accettare in città.
 

Così è nella vita spirituale, occorre la volontà di proseguire la sequela di Cristo il Maestro buono che non esita a dar la vita per l’umanità, consapevoli che ciò non si compie in modo formale, esteriore, ma solo in modo sostanziale, facendo la fatica di contrastare le nostre debolezze che non sono messe in noi allo scopo di complicarci la vita ma per farci apprendere l’infinito amore di Dio che aiuta chi si aiuta ad avanzare verso di lui.
 
C’è un paradosso nella porta stretta, più ci si sforza di tenerla aperta avanzando nella conoscenza spirituale di Dio, più si impara a constatare la nostra incapacità e insufficienza a far ciò.
 
Lungi dall’essere una delusione, la vita spirituale ci insegna che: anche se non siamo in grado di meritare l’immenso dono che Dio ci ha già fatto nel Cristo e che ci vuol ancor fare unendoci alla sua vita Trinitaria per un’eternità beata, tuttavia nonostante ciò, ci è lecito sperare d’essere accolti dal Padre se noi lo vogliamo veramente restando uniti a Gesù e a Maria.
 

Anche se dopo aver apprezzato la grandezza e la qualità superlativa dei suoi doni, dobbiamo guardarci dentro, chinare comunque il capo, e dire: “Miserere mei Domine!”
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