20. I pubblicani e le prostitute (e brani vicini) - Zona Pastorale Borgo Panigale e Lungo Reno | Arcidiocesi di Bologna

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20. I pubblicani e le prostitute (e brani vicini)

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Mt 21

28 "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va oggi a lavorare nella vigna.
29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.
31 Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Dicono: "L'ultimo". E Gesù disse loro: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
32 È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.
 
 

L’affermazione di Gesù: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”, ha un significato molto più duro di quel che la lingua italiana esprime.
 
“Passare avanti” non significa nel lessico ebraico “arrivare prima” o “avere un posto migliore” come comprendiamo noi, ma significa “prendere il posto”, cioè che i pubblicani e le prostitute entrano nel Regno di Dio al posto dei farisei, con cui Gesù sta parlando, e i farisei rimarranno inesorabilmente fuori, i loro posti saranno occupati.
 
Se poi consideriamo che “i pubblicani e le prostitute” erano considerati i prototipi tipici dei peggiori peccatori, la frase di Gesù sembra dire ai farisei che i peccatori in senso generale entreranno nel regno di Dio al loro posto.
 
Ma, agli occhi di Gesù, anche i farisei sono dei peccatori quindi in pratica sta dicendo loro che esistono dei peccatori perdonabili e di quelli imperdonabili e loro sono proprio quelli imperdonabili.
 
Poiché è chiaro che il peccato non costituisce un merito e non si entra nel regno di Dio in quanto peccatori, come si deve interpretare il discorso di Gesù?
 
La chiave di lettura si trova nella parabola precedente, quella dei due figli, uno finto obbediente che poi non obbedisce, e uno disobbediente che poi si pente ed obbedisce.
 
La chiave di lettura è il pentimento. Giovanni era venuto predicando un battesimo di pentimento dei peccati, ma i farisei che si credono d’essere dei giusti non gli avevano dato retta, anzi consideravano questo rito necessario e doveroso solo per gli “altri”, per quelli che loro giudicavano come “i peccatori”.  
 

Senza pentimento non ci può essere perdono, senza “conversione” cioè cambiamento di direzione della nostra vita, non può avvenire l’incontro con Gesù, e allora non ci può essere salvezza.
 
Consideriamo tutto questo senza farne un dramma psicologico. Si tratta d’avere il coraggio di ammettere la nostra debolezza intrinseca, chi può ragionevolmente dire di non peccare mai?
 
S. Paolo dice apertamente che si vergogna di fare quello che non vorrebbe e di non fare quello che vorrebbe (Rm 7, 18-21) e ammette questa difficoltà.
 
Non si deve però concludere che se stanno così le cose, se tutto deriva dalla nostra debole struttura umana, allora noi siamo poco responsabili delle nostre cattive azioni e possiamo prendere il peccato alla leggera.
 
Un cristiano deve sapere bene che è chiamato non a non fare il male nella sua vita, ma a fare il bene nella sua vita, ovviamente agli altri. Questo sforzo è l’unica cura per la nostra malattia più grave la superbia, che è quella malattia che i farisei non curano perché non hanno capito d’esserne seriamente colpiti.
 
Lo sforzo di fare il bene, spesso senza riuscirci appieno, produce l’umiltà, e l’umiltà è l’unico antidoto alla superbia.
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