22. A chi ti percuote la guancia - Zona Pastorale Borgo Panigale e Lungo Reno | Arcidiocesi di Bologna

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22. A chi ti percuote la guancia

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Mt. 5

38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente;
39 ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra;

 
Siamo all’interno del discorso che Gesù pronuncia sul monte che comincia con l’annuncio delle beatitudini, poi prosegue con le regole della giustizia nuova superiore a quella antica: “Io vi dico infatti se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei non entrerete nel Regno di Dio”.
 

Gesù ha dapprima affrontato il comandamento non uccidere e ha concluso che non si può nemmeno offendere l’altro, poi ha affrontato l’adulterio e ha concluso che già il desiderio lo è, poi ha osservato che non solo non si deve giurare il falso, ma non si deve giurare affatto, ora affronta il tema della violenza e nella quale appare ancora la “differenza” richiesta da Gesù ai suoi discepoli rispetto alla Legge di Mosè, che è confermata ma anche approfondita e reinterpretata.
 
La violenza: come arginarla? Come rispondere a essa? Certo, nella Torah si trova scritta la “legge del taglione”, della reciprocità tra chi ha offeso e chi è stato offeso (cf. Es 21,24; Lv 24,20; Dt 19,21), legge data per impedire il deflagrare degli eccessi della violenza, che facilmente viene moltiplicata per ripagare l’aggressore.
 

Si ricorda, ai primordi dell’umanità, il canto selvaggio e barbaro di Lamek, che si vantava di vendicarsi non sette volte, come Caino, ma settanta volte sette (cf. Gen 4,24). Dunque la legge del taglione è un limite, un argine alla violenza: “Occhio per occhio e dente per dente”. L’Antico Testamento ammetteva dunque la ritorsione rispetto alla violenza subita, ma al massimo con una violenza uguale.
 

Non scandalizziamoci di fronte a questa ingiunzione, perché ancora oggi siamo testimoni di fenomeni di vendetta moltiplicata, come la “faida” o la rappresaglia nelle guerre, nelle lotte razziali, nella violenza terroristica.
 
Ebbene, con la sua autorità Gesù può dire anche in questo caso: “Ma io vi dico di non resistere al malvagio”, proponendo una pratica di non-violenza che è un nuovo modo di resistenza attiva, una resistenza inaudita perché mite, umile, misericordiosa. Solo così si può arrestare la reazione a catena della violenza.
 

È in questa logica di non-violenza che Gesù propone dei casi, degli esempi di violenza subita, indicando come rispondervi. “Se uno ti percuote con uno schiaffo”, fatto non particolarmente grave, “se tu vuoi essere discepolo porgi l’altra guancia”.
 

Linguaggio semitico, per noi forse eccessivo, che non vuole suggerire un’esecuzione materiale del comando, ma piuttosto indica lo “spirito” che deve ispirare l’atteggiamento verso l’aggressore. Non a caso, secondo il quarto vangelo, dopo aver ricevuto uno schiaffo da una delle guardie del sommo sacerdote, Gesù non gli porge l’altra guancia (cf. Gv 18,22), ma replica con assoluta mitezza: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23). Questo comando rivolto personalmente a ogni discepolo non esige ingenuità né passività di fronte alla violenza, ma richiede di essere sempre reattivi “artefici di pace” (Mt 5,9).
 

Ma ripeto: Gesù non predica rassegnazione, non chiede di lasciare che l’ingiustizia trionfi, ma chiede un atteggiamento creativo, sempre capace di toccare l’aggressore, di fargli ascoltare una domanda che egli non si pone quando aggtredisce. In ogni caso, davanti all’ingiustizia patita, occorre non tacere mai, non fuggire, ma intervenire, pur rinunciando sempre all’offesa e alla violenza. Sempre si tratta di “vincere il male con il bene” (cf. Rm 12,21).

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