30. Se uno vuol essere il primo sia l'ultimo di tutti - Zona Pastorale Borgo Panigale e Lungo Reno | Arcidiocesi di Bologna

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30. Se uno vuol essere il primo sia l'ultimo di tutti

La zona pastorale > Ambito catechesi
Mc. 9

33 Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?".
34 Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
35 Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti".

Gesù è solito rovesciare i valori correnti, le regole stesse della convivenza umana.

Non solo combatte l’ambizione, la vanità, il potere fine a sé stesso, il privilegio, ma qui però sembra esagerare perché colpisce alla radice perfino ogni desiderio e progetto di carriera anche legittima, e di fatto inficia ogni normale autorità e gerarchia.

Se fosse radicalmente obbedito Gesù aprirebbe quindi la strada al livellamento e all’anarchia annullando ogni giusta meritocrazia; si sconvolgerebbe ogni ordine sociale, ecclesiale, familiare.

È proprio questo che Gesù insegna?

Questo testo è esclusivo di Marco, ed ha origine come volontaria intromissione di Gesù nel discorso dei discepoli che “lungo la via” avevano discusso su “chi era il più grande”. Anche un altro “dettaglio” aiuta a comprendere il senso dell’affermazione di Gesù, non interviene “lungo la via”, ma solo quando “fu in casa”.
Ai discepoli che cercano di stabilire un criterio di importanza che li classifichi, Gesù indica un metodo chiarissimo: il criterio è la volontà di servire, ma non solo, servire significa esattamente mettersi per ultimi.

Nel vangelo di Marco questo discorso viene ripreso e approfondito: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti i capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così: ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10, 42-44).


Gesù non intende indicare una nuova e anarchica via alla regolamentazione del potere nella società civile, ma indica una necessità tipica nell’ambito ecclesiale.

Infatti non interviene se non una volta che i discepoli siano “in casa”.

Nella Chiesa esiste l’autorità, infatti Pietro e lui solo ha le chiavi, ma l’autorità non si esprime nel potere, ma nel servizio. Chi ha l’autorità l’ha unicamente per agire attivamente alla ricerca del bene di tutti i suoi fratelli e sorelle. (il termine “autorità” viene dal verbo latino augere che significa appunto “far crescere”).

Nella Chiesa, dunque, il discepolo del Maestro ha una sola via aperta da seguire mentre è “lungo la via”, ossia mentre cerca di comprendere il suo insegnamento e migliorarsi, quella di farsi ultimo e servo di tutti. Ognuno, nel suo prossimo, gli porta dei doni di Dio, da tutti può imparare qualcosa.

Non c’è crescita spirituale vera nel cristianesimo senza l’umiltà di riconoscere i propri seri limiti e senza la precisa volontà di apprendere qualcosa da tutti i fratelli, considerandoli come dei “superiori” a sé nella via verso Dio.

Il processo di crescita del cristiano, che ha di fronte a sé la prospettiva di progredire e approfondire il suo rapporto con Dio, dunque della necessità di affrontare un compito per sé stesso “infinito”, è naturalmente  tale da far riconoscere con sempre maggior precisione i propri limiti e insufficienze, quindi l’atteggiamento di umiltà, materiale e morale, è permanente e progressivo.

Non si contano gli esempi di santi che si sono sempre dichiarati onestamente dei “peccatori” anche quando le loro comunità, mentre erano ancora in vita, già li consideravano persone “speciali” e eccezionalmente vicine a Dio.  

Certamente l’effettuare concretamente il servizio al prossimo, nei modi che la comunità o il superiore propone e quindi in obbedienza alla Chiesa, è un modo vero per seguire questo insegnamento del Signore, ma soprattutto ogni compito ecclesiale, in qualunque relazione metta con le persone, va accettato scartando il proprio tornaconto, dedicandogli le migliori energie, senza riserve e, neppure, per contropartite o ricompense.

Questo “stile relazionale” dei componenti della Chiesa (sia universale che locale) è semplicemente necessario alla sua strutturazione concreta, come vero anticipo del Regno di Dio sulla terra.

Ogni altro modo di vivere la propria Chiesa sarebbe illusorio e dannoso; per questo il Signore chiede con forza e insistenza che tutti i suoi discepoli, dal più grande al più piccolo, percorrano la strada del reciproco servizio, umile e disinteressato.
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